Innovazione

Plastica, scoperto in Giappone un batterio che mangia il PET

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L’Ideonella sakaiensis è in grado di biodegradare la plastica per bottiglie e imballaggi tagliandola in piccoli pezzi.

Pur nella varietà di abitudini alimentari dell’intera fauna planetaria, è sempre stato considerato impossibile trovare qualcuno che si nutrisse di plastica. Il mondo ne è pieno, gli oceani ne ospitano intere isole galleggianti, ma pare non ci fosse nessuno in grado di digerirla. Fino a che un gruppo di ricercatori nipponici ha trovato un batterio, nello spazio antistante un impianto di riciclo in Giappone, che banchettava con un tipo di plastica ampiamente utilizzata nell’abbigliamento, per le bottiglie di plastica e l’imballaggio di cibo.

Il batterio in questione risponde al nome di Ideonella sakaiensis, nuova specie così chiamata in onore della città giapponese di Sakai, dove è stato colto in flagrante mentre si cibava di rifiuti di plastica PET. “È una scoperta unica – spiega Shosuke Yoshida, microbiologo dell’Università di Kyoto e autore di uno studio recentemente pubblicato da Science – Questo batterio può degradare il PET.”

La maggior parte delle plastiche sono ostacoli insormontabili per i microbi, in quanto costituiscono grandi catene di molecole che si ripetono: i polimeri. L’intera catena è molto più grande del singolo microbo. “Per questo, l’organismo non riesce a inglobare la cellula e metabolizzarla – aggiunge John Coates, microbiologo dell’Università della California – Immaginate un bambino alle prese con una enorme pizza che tenta di mangiarla dal centro: non ce la può fare, è un’impresa troppo grossa”.

L’Ideonella sakaiensis ha due enzimi che possono tagliare a dadi i polimeri. In altre parole, è come se il bambino dell’esempio precedente avesse a disposizione un adulto con forchetta e coltello. In questo modo, il batterio può mangiare i pezzi, metabolizzarli e trasformarli in anidride carbonica e acqua.

I ricercatori, una volta individuato il batterio, lo hanno osservato mentre disintegrava film di plastica in circa 6 settimane. Insomma, il sistema funziona, ma è lento e quindi è difficile che si mangi intere discariche di plastica.

Ma con più ricerca, si ritiene che il batterio possa essere riprogrammato per raggiungere obiettivi ambiziosi. In precedenza, erano stati scoperti dei funghi in grado di degradare la plastica, ma i batteri sono più semplici da riprogrammare per altri usi.

In ogni caso, l’opzione principe rimane il riciclo. Biodegradare i materiali comporta sempre l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera, contribuendo al riscaldamento globale. Ma la tecnica potrebbe rivelarsi utile quando il riciclo non è un’opzione praticabile.

Consulta lo studio giapponese pubblicato su Science

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